giovedì, 22 ottobre 2009

SE...

Se io sapessi scrivere poesie, ruberei i colori al cielo
senza inganno alcuno dipingerei montagne e parchi
come un ispirato pittore ti ritrarrei priva di ogni velo
sulla carta scolpirei i tuoi superbi seni bianchi
in note quindi si trasformerebbero i miei versi
suonate su un piano creato solo dal pensiero
tu ascolteresti immobile con gli occhi persi
sapendo che tutto quel che senti è vero
scalza, nella notte accoccolata sul divano
forse finalmente mi diresti che mi ami
io ti stringerei con dolce forza la mano
simile al vento quando soffia sui rami.
postato da: sandraoale alle ore 17:44 | link | commenti (1)
categorie: poesie
mercoledì, 09 settembre 2009

Il mondo perfetto 15

Intanto il padre del ragazzo entrava nell’archivio segreto del Consiglio. Da alcuni giorni suo figlio gli faceva strane domande riguardo alla Terra e l’epidemia che aveva colpito i suoi abitanti nel XXI secolo. Temeva che potesse scoprire alcune delle verità che gli erano state tenute nascoste e questo pensiero lo aveva tormentato a lungo. Nessuno doveva sapere.

Alla fine, aveva deciso di far sparire le prove di quel che era realmente accaduto.

Si avvicinò al computer principale, dove erano tenute le memorie del popolo sotterraneo che, un tempo lontano, aveva abitato il mondo in superficie e digitò la password.

Un istante dopo si aprì un archivio che egli esaminò con cura.

“Ecco, quello che cercavo!” esclamò mentre un sorrisino di soddisfazione gli illuminava il viso pallido e rugoso.

In quelle pagine erano trascritti anni di storia. La storia della Terra e della sua terribile agonia, voluta dai suoi stessi abitanti.

Nel XXI secolo il loro pianeta era stato minacciato da una terribile epidemia e da catastrofi naturali che si erano susseguite, l’una dopo l’altra, nel giro di pochi decenni.

I terrestri avrebbero dovuto prevedere che il loro mondo sarebbe andato incontro a una tragedia, ma non se ne curavano, troppo impegnati ad inseguire il potere - nel caso dei capi di governo – oppure un posto di lavoro migliore o la fama.

Gli unici interessi erano le belle donne, le auto veloci, il gioco d’azzardo e le partite di calcio, uno sport per cui andavano matti.

Inutilmente alcuni scienziati avevano cercato di mettere in guardia il mondo dalla catastrofe imminente.

La distruzione della natura, i cambiamenti climatici dovuti al disboscamento delle foreste e all’inquinamento, il deterioramento dell’atmosfera per mano dell’uomo erano state le cause principali di tutto.

Senza contare il fenomeno della sovrappopolazione.

Sulla Terra il numero degli abitanti aumentava vertiginosamente. Dai tempi dell’ultima guerra mondiale le nascite erano triplicate, ma i governi preferivano ignorare la situazione e la Chiesa continuava a predicare la fertilità e a proibire la contraccezione in nome di un dio che avrebbe portato i popoli alla rovina.

Si erano persino inventati la menzogna atroce che le nascite erano in realtà in calo.

Eppure bastava mettersi in viaggio in autostrada una domenica d’agosto per rimanere imbottigliato nel traffico. O in coda per il biglietto del cinema un sabato sera.

Come si poteva credere di essere in pochi, se d’estate persino le spiagge erano talmente affollate  da non riuscire a trovare neppure un buco libero per piantare un ombrellone?

Non c’era più lavoro per tutti, non c’era più energia sufficiente al fabbisogno mondiale e si dava la colpa semplicemente alla crisi.

La crisi, tuttavia, non era la causa bensì la conseguenza.

In un mondo in cui si era in troppi ben presto la vita si sarebbe fatta problematica.

Il cibo avrebbe iniziato a scarseggiare, indebolendo il fisico umano e favorendo le pestilenze. Anche l’acqua sarebbe divenuta un bene raro.

E l’inquinamento sarebbe aumentato a dismisura, fino a causare nubi tossiche nell’aria.

Persino la natura si sarebbe ribellata all’uomo e alla sua follia: terremoti, maremoti ed eruzioni vulcaniche si sarebbero abbattuti sul pianeta, devastandolo.

Ma l’umanità scelse di rimanere sorda davanti a tutto ciò. Scelse la fine.

Una terribile epidemia colpì gli umani, dopo l’influenza A e l’aviaria, una pestilenza mortale si diffuse con la velocità di un fulmine, seminando milioni di vittime.

Un terribile terremoto rase al suolo l’intera San Francisco e, non molto tempo dopo, il sud Italia sprofondò in mare da un giorno all’altro, causando un incredibile maremoto che si abbatté senza scampo sulle città di mare.

Fu una tragedia.

Alcune persone riuscirono a trovare rifugio nel mondo sotterraneo e ad organizzarsi in società evolute. Altre rimasero in superficie e dovettero combattere contro cambiamenti climatici improvvisi: surriscaldamento del suolo e glaciazioni.

Il politico si asciugò un rivolo di sudore, mentre rileggeva i rapporti delle entità governative riguardo a quel che era accaduto per la negligenza di tutti loro.

Dopo accese discussioni avevano deciso di tacere tutto ciò ai loro sudditi ed avevano proclamato le vicende di quegli anni difficili segreto militare.

Ma adesso suo figlio sembrava essersi insospettito. Forse aveva ricordato qualcosa.

Irrigidendosi salvò i documenti in un file che copiò sul suo hard disc portatile. Poi cancellò ogni cosa dalla memoria del computer centrale.

Ogni prova era stata finalmente distrutta.

Con un sospiro di sollievo si voltò e si chiuse la porta alle spalle con un tonfo.

 

postato da: Luna70 alle ore 20:54 | link | commenti (14)
categorie: il mondo perfetto
martedì, 23 giugno 2009

IL MONDO PERFETTO 14

Mentre Ramon stava per compiere rapidamente la sua prossima mossa da soldato, pensando in effetti al suo destino, un ragazzo, in tutta la piena tranquillità della sua ala privata, iniziava a dipingersi le unghie delle mani con lo smalto nero e rimuginava su un mucchio di questioni.
Stava pensando per primo punto al raffreddore. Poi pensò alle risate isteriche della gente strana che aveva visto quel giorno, tra tanti
ricordi confusi e ormai lontani. Forse, a livello inconscio, stava pensando a quel volto malefico e all'Altro. Fotografie, alcune nitide e altre
sbiadite e sfuggenti in millesimi di secondo come fantasmi, affollavano la sua mente.
Il padre, politicante ancor prima che lui nascesse nel suo asfittico mondo sotterraneo, un giorno gli accennò una strana epidemia che
coinvolse una terra a lui praticamente sconosciuta. Una terra dove crescevano piante e fiori e dove si poteva vedere il cielo e le nuvole, una specie di quadretto al sapore di bianco paradiso. Strano, persino fuori dall'immaginario di chiunque ma, a detta di suo padre, vero e reale. Poi, appunto, d'improvviso ci fu quell'ondata di febbre e non fu più paradiso. Un virus che iniziava la sua corsa folle come un potente raffreddore o forse una millenaria maledizione straniera che spiazzò e spazzò tutti quanti. Ma il padre, con un sorriso beffardo e al tempo stesso enigmatico, non rispose più alle sue domande insistenti. Quelle domande che solo una certa curiosità adolescenziale può
dettare e alimentare.
Si fermò e corrugò la fronte, osservando senza attenzione i bordi di plastica della finestra virtuale. Allora perchè quei ricordi sbiaditi?
Come se avesse vissuto una specie di seconda vita nel passato. Un passato che non aveva nome, nè collocazione temporale, nè altra memoria. Un passato senza colore e odore. Perchè soprattutto intravedeva a stento quel volto nero che lo fissava da un ciglio del burrone, una faccia riempita di piaghe, dallo
sguardo perfido, fiero, potente, lo sguardo dell'Assoluto, terribile ma anche ammaliante?
E come mai avvertiva la presenza, almeno sintomatica, di un altro essere, una essenza silenziosa, mite, ma altrettanto potente e
austera?
Suo padre evidentemente sapeva molto di più di quanto proclamava. Ma certe questioni politiche, da Gran Consiglio dei Super-esperti,
restavano ignote a tutta la popolazione e persino a lui, diretto discendente. E poi era solo un ragazzo e voleva divertirsi. In fondo, cosa gli poteva importare di guerre, problemi societari, crisi, incidenti diplomatici o blackout energetici? Una delle cose davvero serie per la sua età si rivelò vestirsi alla grande per l'imminente concerto del suo gruppo proto-punk-dark di qualche ora dopo. E seguiva questa
tradizione copiata da chissà dove, una specie di doveroso rituale.
Tornò a sedersi e si applicò lo smalto con calma sulla punta del mignolo sinistro, immerso nel finto silenzio della zona E-154.

postato da: Univers alle ore 23:14 | link | commenti (11)
categorie: il mondo perfetto
domenica, 25 gennaio 2009

IL MONDO PERFETTO 13

L'Uomo Nero osservava la notte.
Gran parte dei suoi piani si erano realizzati, tuttavia erano lungi dall'essere conclusi. Era il padrone del mondo, ma voleva anche quello che c'era sotto: le rozze forme di vita che si disputavano il possesso della superficie del pianeta gli interessavano relativamente. Sarebbe sceso nel "mondo perfetto" per asservirlo. Egli era Dio, o almeno tale si considerava. Quando avesse resa tutta l'umanità sua schiava, finalmente avrebbe raggiunto lo scopo che si era prefisso. Né dubitava di riuscirci.
Il suo Potere era immenso, e incontrastabile.
Guardò le stelle, sapendo che un giorno non lontano anch'esse gli sarebbero appartenute.
Nello stesso modo in cui Babele era stata sua. A Lui si doveva la decisione di costruire la ziqqurat. Poi  l'Altro era intervenuto, rovinando il Suo operato. Ma nel corso dei secoli, Egli era cresciuto, e ora nessuno avrebbe potuto fermarlo.
Rise. E la notte rabbrividì.

postato da: sandraoale alle ore 15:04 | link | commenti (21)
categorie: il mondo perfetto
sabato, 03 gennaio 2009

IL MONDO PERFETTO 12

Susy si rannicchiò ancora di più sulla sedia, mentre fuori il silenzio premeva contro le pareti del suo fragile rifugio come se volesse abbatterle con la semplice forza dell’indifferenza. Dov’era Andy? Perché non tornava? Ancora una volta si domandò se avesse fatto bene a lasciare il suo mondo, non perfetto forse ma almeno sicuro, per un viaggio nell’ignoto che aveva avuto il sapore della favola solo all’inizio. Tutti i suoi sogni, tutte le sue speranze, tutta la sua curiosità e la sua voglia di scoperta si erano infranti contro un muro invisibile che lei non aveva modo di scavalcare né, tanto meno, di abbattere. La paura cadde sconfitta ai piedi della rassegnazione, sentimento che più si addiceva ad un’abitante del mondo sotterraneo.

“Se solo il nonno fosse qui” pensò poggiando il mento sulle ginocchia strette al petto. Lo sguardo le cadde sulla finestra e, oltre essa, sul cielo che riposava sul soffice letto costituito dalle chiome degli alberi. Nonostante le minacce senza nome che incombevano sul mondo di superficie, le stelle resistevano. Forse fu il loro sguardo sereno, forse il ricordo del nonno, o più probabilmente lo stesso cuore fiducioso che l’aveva portata ad abbandonare le pareti di pietra che imprigionavano il suo futuro per gli spazi sconfinati di un mondo dagli orizzonti lontani, eppure Susy sorrise. Il cane accucciato ai piedi della sedia sembrò percepire quella flebile fiammella di speranza e le si avvicinò strofinando il muso contro le sue gambe per impedire che si spegnesse troppo presto. Abbaiò scodinzolando quando la bambina lo accarezzò dietro le orecchie con un sorriso più convinto. A Susy bastò sentire un suono familiare nel silenzio della notte per ritrovare un po’ conforto.

«Hai bisogno di un nome!» disse, e il cucciolo approvò. Gli occhi tornarono ancora sulla distesa di stelle. Tra esse, Susy individuò il gruppo di sette stelle che Andy le aveva insegnato a riconoscere e che le aveva detto essere la chiave del cielo. Senza rendersene conto, Susy si alzò e si avvicinò alla finestra. Se si fosse fermata a riflette sull’espressione di Andy mentre si guardava intorno nella notte o sul senso di inquietudine che aveva provato fino a pochi istanti prima, difficilmente avrebbe lasciato il suo angolo buio. Ma su quella sedia non era più al sicuro che affacciata alla finestra: per lo meno da lì poteva godere di una splendida visuale. «Allora…» Cercò di ricordare quello che le aveva detto Andy e di orientarsi in quell’oceano di astri: prolungò verso l’alto la retta che univa le prime due stelle di destra dell’Orsa Maggiore, la chiave del cielo, e trovò la Stella Polare.

“Con quella saprai sempre dove andare!” le aveva assicurato il ragazzino. Susy iniziava a crederlo.

Unì con una linea la prima stella della coda dell’Orsa Maggiore e la Stella Polare e ne seguì la traiettoria fino a trovare Cassiopea. Poi si portò dalla parte opposta del cielo e scorse il bagliore di Vega della costellazione della Lira e, a cavallo della Via Lattea, Deneb del Cigno e Altair dell’Aquila, un triangolo perfetto nella sua geometria. Triangolo estivo, l’aveva chiamato Andy. Le aveva spiegato anche come trovare altre costellazioni e le aveva detto i nomi di quelle che sarebbero comparse nelle altre stagioni. Susy avrebbe voluto vederle tutte.

Il cucciolo abbaiò di nuovo, incuriosito dallo sguardo sognante della sua padroncina. Susy non aveva dubbi su quale potesse essere il nome più appropriato per il primo amico che aveva trovato in questo mondo. Con lui avrebbe sempre saputo dove andare.

«Polaris» disse.

Per un attimo il cagnolino non si mosse, emise un guaito, piegò di lato la testa e la guardò con aria dubbiosa. Poi riprese a scodinzolare, abbaiò due volte e le zampettò festosamente tra i piedi. Il nome gli piaceva.

postato da: Ariendil alle ore 08:58 | link | commenti (19)
categorie: il mondo perfetto
domenica, 28 dicembre 2008

IL MONDO PERFETTO 11

Spirò una folata gelida di vento per nulla rassicurante tra loro tre. La boscaglia mormorava qualcosa di indecifrabile alla notte che non era sicura.
Ramon continuava a fissare sbalordito Tatiana, forse la sua attenzione era rivolta al suo atteggiamento molto mascolino e militare, non soltanto per la curiosa
mimetica. Andy invece era poco più che un ragazzino, con le ciocche dei capelli appiccicate alla fronte umida di sudore e gli occhi perennemente guardinghi e
sospettosi, quasi abituati al clima desolato lì fuori.
Tatiana circuì quasi suo fratello, afferrandogli il braccio e scuotendolo con decisione: "Si può sapere cosa ci fai qui, in piena notte? Lo sai che non dovresti
seguirmi ovunque!"
Andy guardò Ramon e poi il cielo senza luna e ricco di presagi. "Io non ti ho seguita stavolta. E' pericoloso ma è successo che..."
Fu interrotto da un rombo secco, rumore notevole benchè si registrasse in lontananza.
Ramon scattò sull'attenti, sollevando l'arma per qualche secondo. Poi decise di riabbassarla... quel ragazzino stava per raccontare qualcosa di interessante, lo
sentiva e non c'era nemmeno bisogno di consultare le procedure del sistema operativo rilasciato in dotazione dal Consiglio. Bisognava mantenere la calma.
Tatiana puntò in più direzioni e tradì una certa apprensione nello sguardo; poi tornò ad occuparsi del fratellino incosciente.
"Cosa è successo? Spiegamelo. Non abbiamo tempo, dobbiamo correre al riparo."
Andy deglutì e con lentezza solenne riprese: "Giuro che non è stata colpa mia. Non so come sia potuto succedere, come abbia fatto ad arrivare qui da noi, non l'ho
mai vista prima... e conosco ormai tutti nella zona esterna..."
I lineamenti di Tatiana si trasformarono in una maschera seria e risoluta. "Di cosa diavolo parli?"
Ramon restò in silenzio, senza muovere un muscolo. Con la coda dell'occhio si accorse di un improvviso segnale soltanto luminoso nel riquadro elettronico del
Termo Immagine sul sistema.
I due fratelli erano troppo concentrati a comprendersi l'un l'altro in quell'istante. Il vento spirava sulle loro teste e il silenzio intorno si era fatto troppo vuoto,
artificiale, innaturale.
Andy ansimò e in preda alla paura implorò: "Adesso è rimasta nella nostra baracca qui vicino... non ho potuto nasconderle almeno quel rifugio, però non credo che sia
venuta per il segreto..."
Tatiana, intuendo già tutto il resto, ruggì con un colpo di fiato: "Sta zitto!"
"Ti prego, Tatia, non arrabbiarti... forse è un caso, solo un caso che sia qui, non ci sono state vere spie da un bel pezzo... dobbiamo rientrare tra le mura della città
antica... se vuoi possiamo andare da Lui..." piagnucolò il ragazzino.
"Tutto quello che voglio è che tu chiuda quella boccaccia!" urlò lei.
Poi udì un clic sommesso alle spalle. Inequivocabile. Ragionò velocemente sulla prossima mossa necessaria. Non era disarmata ma era in svantaggio di tempo. E
quel Ramon aveva tutta l'aria di essere uno straniero stolto ma preparato, l'ultimo visitatore del mondo esterno ormai da tanti anni. Tatiana si voltò.
"Riposo, soldato."
Lo sguardo di tigre e la punta dell'arma troppo sofisticata di Ramon accompagnarono quella breve battuta.
"Non sono un vero soldato, non come te, credo. Mi sono dovuta adattare al mondo ostile che vedi adesso." rispose la donna, frapponendosi lievemente tra Ramon
e suo fratellino tremante.
"Non muoverti. Non un passo o sai come finisce. Di che parla tuo fratello? E chi c'è nella baracca?" Doveva riprendere il controllo della situazione e alla svelta.
Tatiana non rispose. Il suo orecchio era allenato, in barba a tutte le cianfrusaglie elettroniche di cui non disponeva. D'improvviso li sentiva strisciare attraverso il
fogliame e il terreno morbido del bosco. Presto sarebbero arrivati. Suo padre la avvertiva spesso con una metafora, prima della fine dell'ultima era: "Quando gli ambasciatori strisciano verso di te, il padrone è vicino... non puoi far altro che scappare e sperare, figlia mia." Il mondo, il suo mondo, non aveva mai conosciuto
nella storia un padrone così orribile... non fin quando crescevano i fiori, le primizie sugli alberi e l'aria non era ancora acida da...
Lo schermo digitale al polso di Ramon si illuminò ancora e scattò anche il relativo segnale acustico. Il Termo Immagine mostrava un colore che Ramon non aveva
mai visto, la chiara legenda di un'anomalia. Ogni sistema ne ha una, purtroppo o per fortuna.
Il soldato dell'altro mondo perse la rabbia e la sicurezza di sé, vacillando in uno stato di tensione difficile da contenere.
"Cosa sta succedendo ancora qui?"
"Tu vuoi sapere molto e te ne diamo atto. Ma non abbiamo tempo per conversare. Non qui e non adesso. Loro stanno arrivando, ora ne sono certa." Tatiana
rimase stoicamente tranquilla ad osservare Ramon, mentre il corpo di Andy si strinse a lei in tutta risposta. Anche lui li aveva sentiti strisciare, molto vicini
ormai.
Ramon sollevò l'arma contro di loro, come per riacquistare la disinvoltura precedente.
Tatiana lo fissò negli occhi con aria di sfida, scandendo bene le parole: "Decidi tu. O scappiamo e tentiamo di salvarci ancora o restiamo per l'ultimo spettacolo di
sangue. Che te ne pare?"
Un altro rombo in lontananza, più lungo e più fragoroso. Sembravano come colonne imponenti di granito provenienti dal cielo nero che pestavano con violenza
la terra arida.
Ramon digrignò i denti. Doveva decidere cosa fare, quella donna aveva ragione.

In quel momento, qualche kilometro sotto, dentro le viscere di quella stessa terra, la riunione straordinaria del Consiglio di Governo volgeva al termine tra scroscianti applausi. Il Presidente rimase ancora un po' a goderseli tutti con aria trionfale, pensando contemporaneamente a quanto valore corrispondevano quei segni di approvazione in un passato anteriore, quando il mondo era regolato da altre logiche e altre politiche. Ma niente aveva più valore del potere.
Quando tutti i consiglieri abbandonarono la sala bunker dall'uscita principale, il Presidente percorse da solo il differente condotto A7, rimuginando sulle
prossime novità.
Dall'ultimo rapporto del figlio prediletto di Jeffrey, il suo vice, risultava che dall'altra parte ci fossero altri fattori considerevoli. O almeno solo alcuni di essi. Se quegli imponenti guardiani erano il giochetto preferito inventato anni fa da suo padre, i grigi alsaziani erano una novità perlopiù
curiosa, se non proprio strana. Le mutazioni biologiche lassù ormai non si contavano, eppure... Strinse i pugni per scacciare ogni possibile dubbio in merito, concentrandosi su una sigla speciale. Il nome del protocollo di cui era il degno e meritevole autore.
La risposta perfetta a ogni falla del progetto governativo. Era solo questione di pochi giorni. Il potere andava salvaguardato sempre e comunque.
Sorrise nella penombra, silenzioso come un gatto e proseguì fino alla terza porta sul lato destro dell'A7.

postato da: Univers alle ore 17:34 | link | commenti (7)
categorie: il mondo perfetto
sabato, 27 dicembre 2008

"Il mondo perfetto 10"

Non posso vedere questo racconto fermo per così tanto tempo, così mi sono permesso di continuarlo. Ma non contaminerò la storia portata avanti dal nostro gruppo, ma la continuerò cercando di mostrarvi Andromeda, e qualcosa che immagino viva lì, nel Mondo Sotterraneo di Ramon. Grazie, ragazzi, questa storia mi piace proprio! Nel frattempo metterò altra carne al fuoco! 

Un uomo dai capelli bianchi stava attraversando il quartiere Scientifico di Andromeda, la città sotterranea. Erano anni che studiava un modo per ripulire la terra, o ciò che ne era rimasto, per sperare, un giorno, di tornare ad abitarla. Quanto gli mancava, nessuno era in grado di dirlo!

Tutto era mutato, da quando era stata fondata Andromeda, persino il modo di muoversi da una via all'altra, attraverso mezzi all'avanguardia.

L'uomo scese dall'auto, una macchina dall'aspetto aerodinamico con sportelli ad ali di gabbiano. Pochi istanti e si richiuse emettendo uno sbuffo: le luci si spengevano a comando vocale, grazie ad una sofisticata centralina.

Il dottor Maximilian Droe si era fermato sotto l'ampio ingresso del palazzo, una grande tettoia che proteggeva l'ingresso dell'edificio. Prima di spingersi oltre, si era fermato a fissare le grandi scritte dell'azienda: P. O. A. (Program Ologram Active).

Sorrise, perché si trattava di una copertura per quello che stavano tentando di creare.

Si aggiustò l'abito, come sempre aveva fatto, e proseguì verso la vetrata. Alcuni robot si muovevano all'interno dell'edificio, il rumore dei cingoli quasi non si sentiva dall'esterno. Erano esseri piccoli, a cui non ci si faceva caso, ma possedevano armi micidiali se attaccavano gli intrusi.

Era tutto cambiato nel giro di cinquanta anni, le società scientifiche avevano investito milioni di dollari per fondare la città più complessa che il genere umano avesse mai visto e che avesse mai abitato.

Il robot 451 girò all'improvviso convergendo verso l'ingresso, i suoi sensori avevano captato qualcosa nelle vicinanze. Un puntatore laser aveva agganciato una possibile minaccia, così lo teneva sotto tiro. Un congegno di lettura, nel frattempo, stava misurando dei valori, il tutto in pochi istanti, in un battito di ciglia. La risposta giunse al robot, l'ordine era di non fare fuoco.

Il dottor Droe non era a conoscenza di quello che era accaduto, si stava solo avvicinando al lettore posto di fianco all'ingresso. Era tutto nella norma, dopo che un lettore ottico gli aveva controllato l'iride e l'impronta vocale. “Benvenuto, dottor Droe” aveva detto una voce femminile alquanto sensuale. La porta a cristalli si era aperta di lato, lasciandolo entrare.

Maximilian osservò in silenzio l'ambiente, quella grande stanza che una volta accoglieva l'ufficio pass e relazioni con il pubblico: c'era solo rimasto un bancone bianco, persino i computer si erano portati via. Era tutto cambiato, ora. Le macchine, nel tempo, avevano preso il posto dell'uomo. Sofisticati microchip erano migliori del cervello di un uomo, erano più affidabili e non si ammalavano. Che tristezza, pensò. Gli mancava il contatto umano.

Scacciò quei tristi ricordi e si avviò per prendere l'ascensore. Un centinaio di led controllavano i suoi movimenti, quelli di qualsiasi essere umano avesse varcato quella porta.

Un altro lettore ottico era stato installato di fianco all'ascensore, che fece esattamente il suo dovere, mentre, alle sue spalle, i robot della sorveglianza controllavano il perimetro dello stabile. Erano silenziose, quelle macchine, silenziose e non commettevano mai errori.

“Portami al quarantacinque!” disse il dottore appena era entrato, “Come desidera, signore” rispose la stessa voce dell'ingresso. “Ha passato una felice notte?”. L'uomo si era innervosito, erano anni che gli veniva fatta la stessa domanda, ogni volta che riprendeva a lavorare. Ma, d'altronde, non erano altro che programmi, facevano solo quello che gli veniva chiesto, niente più e niente meno.

Non appena entrò nel suo studio, il dottor Droe, si era lasciato tutto alle spalle, persino quanto gli desse fastidio il contatto con le macchine. “Le fredde creature dell'uomo”, così le aveva sempre definite.

“Buon giorno, dottore” disse Stan Conbar. Era seduto davanti alla sua postazione e gli era bastato udire i soliti rumori che faceva per riconoscerlo, non appena si era tolto la vecchia giacca a doppio petto e aveva poggiato l'antiquata valigetta di cui non si separava mai. Il dottore non era altro che un anziano abitudinario.

Stan si era voltato per lanciargli un sorriso, uno strano sorriso, dicendogli: “Venga a vedere con i suoi occhi!”. Poi si era accorto che anche il dottore non stava più nella pelle e che aveva capito dal suo sguardo, dalla soddisfazione per alcuni risultati inaspettati.

“In queste ultime dieci ore siamo progrediti su tutti i fronti, ci daranno altri stanziamenti, ne sono convinto!”. Max si era quasi tuffato al suo fianco, osservando i cinque monitor fissati alla grande scrivania. Leggeva i dati a mente, i suoi occhi scorrevano su tutto ciò che c'era scritto nella finestra di progressione.

“I Naniz sono una realtà!” disse con tono di trionfo.

“Non ci speravo proprio” ribatté Max spostando lo sguardo sul Primo Assistente, “E li abbiamo già creati?” chiese. Tornò a leggere gli schermi, mentre Stan gli spiegava le modalità di sfruttamento.

“Non è tutto!” disse sorridendogli: “abbiamo ultimato gli Ologrammi, entro questa notte dovrebbero diventare attivi”. Stan si era appoggiato di peso allo schienale della sedia, incrociando le braccia sul petto, aspettando altri complimenti dal dottore. Ma questi non giunsero: Maximilian si aspettava altre sorprese, la classica ciliegina sulla torta.

“Tutto qui?” chiese Droe, il suo volto era mutato in delusione perché aveva altre aspettative sulle ultime ore.

“No! Non è tutto qui.”. Stan Conbar aprì una cartella elettronica e prese una penna ottica che diresse sull'apice destro del foglio elettronico. Digitò un codice segreto che conoscevano in pochi e, sui cinque schermi al plasma, comparve una scritta lampeggiante:

Progetto Eclissi Totale

Program starting

Dal computer lampeggiarono cinque led rossi e alcuni processori lavorarono ad un codice criptato, infine comparve una data, un giorno, un mese e un anno.

E' fra una settimana!” gridò Maximilian Droe, alcune lacrime gli scesero sulle guance, ma a lui non importava perché il sogno di una vita si stava per realizzare. Quante ore, o giorni, o mesi ci aveva lavorato? Non lo sapeva quantificare, ma presto la terra sarebbe stata purificata e l'uomo sarebbe potuto tornare a vivere in superficie.

Grazie!” gli aveva urlato mentre si lanciava in una sorta di abbraccio, “grazie per aver creduto in questo progetto!”

postato da: Saryo alle ore 19:17 | link | commenti (13)
categorie: il mondo perfetto
giovedì, 30 ottobre 2008

Il Mondo Perfetto 9

Da un cespuglio spuntò il viso di un ragazzo. Aveva i capelli corti, tagliati a spazzola, e indossava una tuta mimetica. Ramon pensò si trattasse di un soldato del mondo in superficie.

“Mi hai sentito? Sbrigati o ti prenderanno!” La voce del tipo in tuta mimetica si fece stridula.

Ramon aggrottò la fronte dubbioso. Non era una voce da uomo!

Si avvicinò al cespuglio e solo allora si accorse che la persona che aveva parlato non era un ragazzo bensì una ragazza.

“Ma sei una donna!” Esclamò sorpreso.

“E allora? Non hai mai visto una donna, straniero?”

Mentre si acquattava di fianco a lei, dietro ai cespugli, Ramon chiese stupito: “Come fai a sapere che non sono di questo mondo?”

La ragazza trattenne una risatina. “Mi sembra piuttosto evidente. Nessuno di queste parti si appresterebbe ad affrontare gli Slorm!”

“E chi diavolo sarebbero questi Slorm?”

“Non sai proprio niente, eh straniero? Gli Slorm sono animali giganteschi che si cibano di esseri umani come noi. Si muovono sempre in branco e sono ferocissimi.”

Per nulla spaventato Ramon si affrettò a ribattere: “Bé, che solo ci provino ad avvicinarsi e li stendo col mio ML47!”

La ragazza gli lanciò un’occhiata di sbieco. “Le armi su di loro non fanno effetto, idiota! Ma si può sapere da dove arrivi tu?”

Il giovane soldato evitò di rispondere. In fondo era sulla Terra in incognito e non poteva rischiare di compromettere in maniera così sciocca la sua missione.

Disse invece: “Ma che razza di Mondo è il vostro? Prima mi sono imbattuto in esseri strani con la pelle grigia e le mani con sei dita e adesso questi Slorm!”

“Hai incontrato i Grigi? Sul serio?” La ragazza pareva alquanto stupita a quella rivelazione. “E cosa ti hanno detto?”

Ramon scrollò le spalle. “Nulla. Mi hanno consigliato di non avvicinarmi alla città. Chissà perché poi!”

“E non ti hanno detto altro?”

“No. Si sono volatilizzati. Nemmeno il tempo di stringerci la mano che sono scomparsi nel canneto!”

La fanciulla in tuta mimetica gli rivolse un ghigno.

“Meno male che non gli hai stretto la mano! Non lo sai che la pelle dei Grigi possiede un grado di acidità tale da ustionarti? Ma chi diamine sei? Sembri davvero venuto da un altro mondo!”

Il giovane soldato la fissò interdetto. Forse non era sufficientemente preparato per quella missione, eppure era uno dei militari migliori del Mondo Sotterraneo. Possibile che sapesse così poco della Terra e le creature che la abitano?

“Mi chiamo Ramon”, disse infine, “E tu chi sei?”

“Tatiana. Ma puoi chiamarmi Tatia.”

“E questi Slorm di cui hai tanta paura? Come mai non si sono ancora fatti vedere?”

“Shhh!!!” Tatiana impallidì e imbracciò la propria arma pronta a colpire qualcosa o qualcuno che Ramon non riuscì a individuare.

“Che c’è?”

“Ho sentito un rumore!”

All’improvviso sbucò dal canneto un bambino. Si muoveva con circospezione, quasi fosse alla ricerca di qualcosa. Tatiana trasalì e uscì dal proprio nascondiglio.

“Andy, che ci fai qui? Sei impazzito? Gli Slorm sono nelle vicinanze!”

Gli fece segno di avvicinarsi e il bimbo si nascose insieme a loro.

“Ti stavo cercando.” Disse semplicemente.

Allo sguardo interrogativo di Ramon, Tatiana rispose: “E’ mio fratello.”

           
postato da: Luna70 alle ore 08:46 | link | commenti (16)
categorie: il mondo perfetto
venerdì, 03 ottobre 2008

Il mondo perfetto 8

 

 

 Ramon rimase fermo, decidendo di abbassare la sua arma ML47 per non indispettire quelle quattro figure. Sapeva che lo avevano visto e aveva capito che lo stavano solo osservando, al momento non sembravano ostili.

Fu sconcertato vedendole avvicinarsi oltrepassando il canneto, non immaginava che simili creature potessero sopravvivere nel mondo esterno. I dettagli erano...

Alzò il braccio sinistro ed aprì una tastiera ergonomica applicata al polso, lo schermo da pochi pollici si accese ed il cursore lampeggiò in attesa di un input. Nella Banca Dati del computer principale esisteva una mole infinita di dati, immagini, files: a lui non rimaneva che cercare per capire cosa fossero.

Non ti faremo del male!

Una voce entrò di prepotenza nella sua mente, anche se non era molto ricettivo in quel momento. Gli sembrò femminile e tranquillizzante. Con l'altra mano digitò: Entità Biologiche e la ricerca cominciò scandagliando files ed immagini.

“Chi siete?”, la voce gli era uscita nitida e forte, nonostante portasse la maschera facciale completa, due filtri gli permettevano di respirare aria pulita per circa otto ore.

Ci hanno sempre chiamati i Grigi e noi ci siamo adattati a questo nome.

Un'immagine comparve classificando quella razza come Entità Biologiche denominate Grigi Alsaziani. Ramon osservò gli occhi neri di forma ovale, il naso piccolo e la pelle che si avvicinava al grigio chiaro. Indossavano tute blu aderenti, che rendevano la corporatura piccola ed appariscente. Le mani di quegli esseri erano composte da sei dita lunghe ed esili. La testa calva era porosa e più grande rispetto al corpo, ma l'espressione dei visi era buona e trasmetteva dolcezza. La piccola bocca con labbra esili quasi non si notava, anche perché non la usavano per comunicare con lui.

Ai piedi, anch'essi muniti di sei dita, non portavano nulla. A Ramon apparvero troppo lunghi per la corporatura che avevano, non riusciva neanche a distinguere il sesso delle quattro figure, essendo molto simili fra loro.

Non andare verso la città, ma tieniti a debita distanza.

Quella frase fu l'ultima che sentì penetrare la sua mente, che giungeva senza alcun preavviso. Vide le quattro creature rientrare nel canneto, sentendo appena i passi nella fanghiglia della palude. Rimase alcuni minuti in ascolto, mentre, nella sua testa confusa, un turbinio di domande si facevano strada, domande a cui non era sicuro di poter dare delle risposte.

Ramon avviò la funzionalità Termo Immagine, controllando che nelle vicinanze non vi fossero altre sorprese. Il visore notturno controllava ogni centimetro della sua visuale, se la temperatura fosse mutata, un suono acuto lo avrebbe avvisato e, una scala di colori accesi, gli avrebbe mostrato la fonte.

S'incamminò imbracciando l'arma che gli aveva sempre dato più sicurezza.

Era un paesaggio strano quello che stava attraversando, una foschia spettrale stava salendo dalla superficie della terra, lentamente, sospinta da una leggera brezza. La scarsa luce notturna la rendeva quasi iridescente. Ramon non udiva alcun suono, a parte i suoi passi su ciò che, una volta, poteva essere catalogato come un bosco in rovina.

Gli alberi, in quella zona, sembravano morti. I rami spogli si levavano al cielo come tante braccia che cercavano di attirare l'attenzione, l'oscurità avvolgeva il mondo esterno con il suo mantello privo di colori e luci.

Il computer al polso dell'uomo emise dei segnali acuti, che richiamarono l'attenzione di Ramon: l'attrezzatura di rilevamento segnalava una nuova fonte di luce. Essa proveniva da Nord-Est. Una bussola elettronica gli indicò dove girarsi.

Il visore di Termo Immagine lampeggiò, un mirino elettronico analizzò ciò che aveva davanti, inquadrando e rendendo l'immagine alla portata del soldato.

Ramon rimase fermo, un po' era spaventato, ma la curiosità ebbe il sopravvento su quello strano spettacolo: uno spicchio luminoso stava nascendo dalla terra, sul display lampeggiava una sola parola: Moon.

Il candore dell'astro fu subito aggressivo per un lui, che non aveva mai visto una luce del genere. Era viva, e sembrava pulsare di vita propria rifrangendosi su tutto ciò che lo circondava; avanzava all'orizzonte, che non aveva più ostacoli come un tempo.

“Nasconditi!”.

Ramon rimase fermo, ma il sangue gli si era gelato in un istante. Fece un lungo respiro ed attivò il suo ML 47: un lungo suono lo aveva avvisato che il mirino laser era attivo.

La sua mente aveva memorizzato tutto intorno a sé, persino possibili nascondigli in cui potevano nascondersi delle insidie. Sapeva dove si trovava chi o cosa aveva pronunciato quella parola.

“Stanno per arrivare gli Slorm!”

postato da: Saryo alle ore 20:38 | link | commenti (23)
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sabato, 27 settembre 2008

IL MONDO PERFETTO 7

Le pareti del cunicolo che Ramon aveva percorso si erano fatte progressivamente più aspre man mano che il ragazzo si allontanava dalla città sotterranea. L’iniziale rivestimento di metallo, dominato dalle luci ammiccanti dei sistemi di sicurezza, era stato sostituito dalla nuda roccia, dapprima levigata, poi lasciata alla mano della natura. Ora avanzava con cautela in uno spazio tanto angusto che chiunque non fosse nato e vissuto in una bara interrata avrebbe ritenuto claustrofobico. Ramon non sapeva cosa fossero le fobie.

A pochi metri dall’uscita, abbassò sugli occhi il visore a infrarossi, poi varcò il confine ed entrò nel mondo contaminato dei suoi padri. Il cunicolo si apriva in un’ampia grotta naturale e, quando il soldato si voltò a guardarlo, non si sorprese di constatare che l’ingresso al suo mondo non era altro che un’anonima fenditura nella parete rocciosa.

«Sono nella Grotta, attendo indicazioni» riferì a chi lo seguiva a distanza attraverso i rilevatori satellitari.

La radiolina gli gracchiò nell’orecchio le informazioni di cui aveva bisogno. «Terreno paludoso fuori dalla Grotta. Temperatura: 25 gradi centigradi. Livello di composti tossici nell’aria: soprasoglia. La città più vicina è a 7 chilometri sud-est. Registrava 4 milioni e mezzo di abitanti. Sopravvissuti che hanno raggiunto le nostre città: 270.000.»

«Credete che la ragazzina si sia diretta lì?» chiese Ramon sistemandosi la maschera respiratoria.

«Se così è, non dobbiamo più preoccuparci di un suo eventuale ritorno. Le città non sono sicure, e non solo per le esalazioni. Tieniti lontano da esse.»

«Perchè?»

Non ricevette risposta.

«Perché?» chiese ancora. «Cosa è successo nelle città?»

«Non c’è bisogno che tu lo sappia, soldato. Tieniti lontano da esse e ritrova quella ragazzina.»

Un’ondata d’ira gli infiammò le guance, ma la disciplina del militare riprese il sopravvento sull’intemperanza del giovane: «Da dove comincio?»

«Ha usato la via proibita per raggiungere la superficie: dovrebbe essere emersa una ventina di chilometri a sud rispetto alla tua posizione. Ti ricontatteremo quando potremo essere più precisi. Buona fortuna.»

Il ronzio della radiolina cessò, la comunicazione era stata interrotta.

Ramon attivò la funzionalità termoimmagine del visore ed uscì dalla grotta: l’assenza di fonti di calore indicava che non vi erano di forme di vita. Si sarebbe meravigliato del contrario.

Avanzò nel terreno cedevole, avvolto da un silenzio irreale e dalla calda umidità della palude, sotto una coltre di nubi di gas che oscurava le stelle. Ma Ramon non aveva alzato lo sguardo al cielo in cerca di esse come aveva fatto Susy, Ramon non aveva avuto un nonno che gli aveva raccontato con gli occhi lucidi di nostalgia e la voce rotta dai ricordi le bellezze che un tempo circondavano gli uomini; tutto ciò che lui sapeva di quel mondo era che esso era imploso nella sua corruzione. Fermo nelle proprie convinzioni, forse non avrebbe visto le stelle neanche se il cielo fosse stato sereno.

Ai margini del visore avvampò improvvisamente una luce chiara che lo fece sobbalzare. Si voltò di scatto, mentre le sorgenti di calore aumentavano. Ne contò quattro prima di passare dalla termoimmagine alla più nitida visione ad infrarossi. Pochi istanti dopo, un suono inumano squarciò il silenzio come artigli su una lastra d’ardesia.

Ramon mise mano alle armi.

«Ma cosa diavolo siete?» disse in un bisbiglio quando finalmente emersero dal canneto.

postato da: Ariendil alle ore 15:57 | link | commenti (17)
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sabato, 20 settembre 2008

Il mondo perfetto 6

„ Non chiedermi il motivo, resta qua, tornerò tra pochissimo!“ esclamò Andy facendo entrare Susy nella capanna. La bambina notò che era molto serio e si mise seduta senza reclamare sulla prima vecchia sedia che si trovò davanti. Sentiva una cosa allo stomaco che la divorava, un miscuglio di paura ed ansia che a stento le faceva trattenere le lacrime. Andy si diresse verso la piccola finestra di legno, diede un’occhiata furtiva fuori, prese un oggetto che Susy non identificò e uscì dall’abitazione senza dire una parola. La bambina non riusciva a spostarsi, a raggiungere la finestra per vederlo allontanare nel bosco, era come bloccata in quei pochi centimetri di spazio. E se nel guardare fuori avesse scorto qualcosa di talmente spaventoso da portarla alla morte? Non si sarebbe mossa da lì per nessuna ragione al mondo, avrebbe atteso Andy in quel punto, proprio come le aveva detto lui. Incrociò le mani intorno al petto e si rannicchiò sulla sedia come una pallina, un sospiro le uscì a fatica dalla bocca, quanto sarebbe durata ancora quella brutta sensazione?

 

“Ci siamo quasi, vedo l’uscita, PASSO” disse Ramon nella radiolina con voce decisa.

Ramon era il figlio del braccio destro del presidente, il miglior soldato dell’esercito sotterraneo, aveva solo venticinque anni, ma possedeva una preparazione militare invidiabile. Il padre lo aveva addestrato fin da bambino al rigore e alla disciplina, il giovane non sapeva che cosa fosse il divertimento, la superficialità, o il ridere spontaneo, il suo atteggiamento doveva essere sempre lo stesso, senza cedimenti, senza paura, era nato per essere una macchina da guerra.

postato da: LadySackville alle ore 17:00 | link | commenti (19)
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venerdì, 12 settembre 2008

Il mondo perfetto 5

Tutto d’un tratto per Susy la notte diventò ostile. Le stelle parevano aver perso la loro lucentezza ed ogni rumore che ella percepiva la faceva rabbrividire, come se qualcosa di terribile stesse per accadere a lei ed al suo giovane amico.

“Ecco, siamo quasi arrivati”, fece Andy all’improvviso, “Quella laggiù è casa mia.”

Susy guardò nella direzione indicata e scorse una piccola capanna ai margini della foresta.

“Sul serio tu vivi lì dentro?” Chiese incredula. Non aveva proprio l’aria di un posto sicuro in cui rifugiarsi e poi era terribilmente buia.

“Sì, perché?” Rispose Andy leggermente offeso. “Non è di tuo gradimento?”

La bambina cominciò a sentire freddo, un gelo che le penetrava nelle ossa e che la faceva tremare.

Deglutì e si aggrappò saldamente alla mano di Andy. Per la prima volta cominciò a dubitare di aver fatto la cosa giusta fuggendo da quella che era sempre stata la sua casa.

Intanto nel mondo sotteraneo si respirava un’atmosfera di panico. La fuga di Susy ormai era stata scoperta ed il Consiglio Governativo si era riunito per discutere il grave problema. Per anni i potenti di quel paese al centro della terra avevano cercato di nascondere alla popolazione quello che era il mondo in superficie. Avevano convinto tutti quanti che la vita lassù si fosse estinta e che la loro civiltà fosse l’unica sopravvissuta. Naturalmente non era così. Chi governava il Paese sapeva bene che altri popoli vivevano sulla Terra ma non aveva alcuna intenzione di unirsi a loro. Ormai era diventato un gioco di potere.

Se avessero raggiunto gli altri umani che abitavano il mondo in superficie i governanti avrebbero perso la loro influenza sulla popolazione e i loro privilegi. Pertanto avevano preferito far credere agli altri quel che conveniva loro. Ma ora la scomparsa di Susy metteva tutto in pericolo.

“Dobbiamo trovarla”, fece il Presidente del Consiglio con un’aria tetra, “Se quella ragazzina dovesse tornare e raccontasse a tutti quel che ha visto per noi sarebbe la fine. Il popolo insorgerebbe; vorrebbe fare ritorno in quello che un tempo era il nostro mondo e noi non possiamo permetterlo!”

“Cosa consiglia di fare, dunque?”

A parlare era stato il braccio destro del Presidente, un uomo alto e possente con uno sguardo di ghiaccio. Incuteva paura solo a guardarlo anche se in quel momento era lui ad apparire intimorito.

“Propongo di sguinzagliare l’esercito alla sua ricerca”, rispose il Presidente, “Faremo setacciare ogni angolo del mondo in superficie, quella mocciosa non potrà sfuggirci!”

“Ma anche se dovessimo trovarla cosa ne faremo di lei?” L’uomo dallo sguardo di ghiaccio sembrava dubbioso. “Non possiamo riportarla qui. Racconterebbe a tutti che sulla Terra esiste ancora la vita.”

Il Presidente gli rivolse un sorriso che gelava il sangue nelle vene.

“Quella ragazzina non dovrà fare ritorno viva, mi sembra chiaro!”

           
postato da: Luna70 alle ore 18:52 | link | commenti (15)
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giovedì, 04 settembre 2008

IL MONDO PERFETTO 4

Le stelle puntellavano un cielo nero e misterioso, una degna copertina per un sogno irrinunciabile e senza nome. Non aveva mai avuto la possibilità di osservarle a lungo e con intensità. Susy in quegli istanti si sentiva viva perchè assaporava il gusto della libertà, un gusto che non ha eguali. Andy invece la guardava dubbioso e con il trascorrere del tempo si innervosiva. L'atmosfera intorno era assolutamente tranquilla ma il ragazzino si rendeva conto che la sua nuova amica costretta a dormire sotto terra per tutti quegli anni non sapeva resistere al fascino di mondi lontani ma luminosi sul firmamento e perciò non si rendeva conto di nient'altro. Il ragazzo iniziò a percepire odore di umidità frammisto a un sentore di qualcos'altro. L'olfatto di Andy era molto più addestrato a riconoscere quel sottofondo di marcio che purtroppo inquinava una notte così bella. Fu allora che decise di risvegliare Susy dalla sua estasi.
La ragazzina sobbalzò per un istante, poi volse lo sguardo sugli alberi che erano raggruppati per ettari di bosco verde: la brezza muoveva appena le foglie vicine e qualche gocciolina di rugiada comparve su qualcuna di esse. Susy era al culmine dell'emozione, l'emozione genuina che si prova per le piccole ma straordinarie cose della natura.
Una natura così meravigliosa non l'aveva mai ammirata e lei stentava a credere che questa fosse la sua prima volta.
Quando però si rivolse ad Andy, il sorriso e il senso di felicità interiore si affievolirono di colpo: il viso del ragazzo parve corrucciato e preoccupato. Così come tutto aveva esordito in maniera brillante, in poche sequenze si trasformò.
Il cagnolino si era accucciato ai suoi piedi e non scodinzolava più.
Susy vide che gli alberi si muovevano più freneticamente, sospinti da un vento senza grazia.
L'aria dolce di un bosco che aveva visto più tramonti di lei da quando era nata iniziava a cambiare sapore. Sulle prime non seppe riconoscerne l'odore ma si accorse del cambiamento, piccolo ma evidente come un mobiletto messo fuori posto in una stanza in cui si vive ventiquattro ore al giorno.
Andy taceva, forse preferiva che fosse lei a parlare. Il suo silenzio poteva significare mille questioni. Susy immaginò, chiara nella sua mente d'improvviso confusa, una mano gigante che faceva ombra su un sole perfetto.
"Cosa succede, Andy?" domandò con esitazione profonda.
L'odore dell'aria era diverso, si, ma difficile da capire, sibillino come una frase nascosta, un sussurro flebile in mezzo a un coro di urla sgangherate.
Quell'odore era diverso. Puzzava e le sue narici si contraevano ritmicamente.
Trascorsero interminabili istanti prima che Andy potesse respirare a lungo e poi sentenziare: "Qui le nostre notti non sono quelle che tu sogneresti".
Susy, immobile accanto al cane e a un tronco spoglio, deglutì a fatica e scoprì che la gola era secca.
"Cosa vuoi dire?"
Odore di marcio, ecco. L'aveva finalmente intuito. Ma era un marciume strano, come se...
"Credo che sarebbe meglio sbrigarsi adesso, non perdiamo tempo in chiacchiere, parleremo dopo. Se vuoi, puoi dormire da noi stanotte, sotto la quercia."
"Ma non capisco... perchè dobbiamo andare via? E cos'è questo strano odore di..."
Susy stava pensando improvvisamente alla parola specifica del caso... era decomposizione. E poi razionalizzò con una certezza disarmante che, talvolta, alcuni sogni irrinunciabili hanno un nome preciso e si chiamano incubi. E pensò anche che gli incubi assomigliavano alla tristezza dello sguardo malinconico del nonno, quando finiva i suoi memorabili racconti.
Il viso di Andy era ancora più incupito e rigido.
Il cagnolino iniziò stranamente a guaire, accovacciato vicino alle caviglie di Susy.
"Non abbiamo tempo. Nessuno di noi resta fuori durante la notte. Può succedere una cosa brutta. Può accadere che..."
Andy scosse la testa e poi tese la sua mano decisa in direzione di Susy.
La ragazzina ebbe un sussulto di paura, come uno spillo piantato nel cuore e mosse un passo in avanti, cercando di non respirare quell'aria ormai del tutto rancida e cattiva.

postato da: Univers alle ore 21:11 | link | commenti (14)
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martedì, 05 agosto 2008

IL MONDO PERFETTO 3

Il suo primo istinto fu quello di scappare. Il bosco che fino a pochi istanti prima rendeva reali tutti i suoi sogni, le appariva ora come un labirinto buio, nascondiglio di occhi minacciosi che lasciavano il loro gelido tocco sulla sua schiena. Ma quando un ragazzino saltò giù da un ramo e quegli occhi se li ritrovò davanti, ogni paura svanì. Avevano il colore delle foglie e pagliuzze giallastre fuggivano dal centro dell’iride come raggi di un nuovo sole. Erano occhi buoni, benché selvaggi. Susy ricordò ciò che il nonno le raccontava sugli animali delle foreste: quelli che lui chiamava felini dovevano avere occhi come quelli.

I suoi pensieri furono interrotti dall’abbaiare del cagnolino che correva attorno alle gambe del nuovo arrivato scodinzolando di gioia.

«Sembra che tu gli piaccia!» disse Susy sorridendogli, ma il giovane non ricambiò.

«Chi sei?» Aveva ancora una voce da bambino, nonostante il tono brusco ne cancellasse le sfumature vivaci.

«Mi chiamo Susy, tu?»

Sembrò valutare per pochi istanti se rispondere oppure no, poi dovette decidere che non c’era pericolo e rispose: «Andy.»

«Da quale città sotterranea vieni?»

Andy rimase perplesso: «Città sotterranea?»

Gli occhi di Susy brillarono di meraviglia. «Non vivi sottoterra?»

«Beh… Ci sono alcuni di noi che vivono sugli alberi, altri nelle grotte… Ma nessuno sotto terra! Non siamo mica topi!»

«Alcuni di voi? C’è qualcun altro che vive in superficie?»

«Ma certo!» Andy la guardò divertito e in quel momento tornò il bambino che era. Rise. «Sei una strana ragazzina! Ma mi sei simpatica! E anche il tuo cane!»

Si chinò ad accarezzarlo e il cucciolo gli saltò addosso facendolo cadere a terra. Giocarono a rotolarsi e rincorrersi e anche Susy si unì a loro. Non si era mai divertita tanto. La città, murata all’interno delle sue regole e dei suoi divieti, era un ricordo lontano che la corsa, il vento e le risate portavano via.

Si lasciò cadere a terra e, attraverso le chiome degli alberi, vide spuntare le prime stelle sullo sfondo ancora chiaro del cielo. Erano le prime di quella notte e della sua vita.

"E forse tu, piccola, avrai la grande fortuna di rivedere le stelle." Gli occhi le si inumidirono riascoltando le parole del nonno.

«Tra poco farà buio» le disse Andy sedendosi accanto a lei. «Hai un posto dove stare?»

Susy scosse la testa, ma non c’era traccia di tristezza in quel gesto né nel calore delle sue lacrime.

«Se vuoi posso farti vedere dove vivo. Così mi dirai se è meglio dormire sotto gli alberi o sotto terra!»

La bambina sorrise senza spostare lo sguardo dallo scorcio di cielo che i rami incorniciavano. Una ad una, le stelle iniziavano a far risplendere la notte.

«Posso restare a guardarle un altro po’?»

«Puoi restare a guardarle per tutto il tempo che vuoi.»

postato da: Ariendil alle ore 10:37 | link | commenti (16)
categorie: il mondo perfetto
martedì, 15 luglio 2008

NOTIZIA IMPORTANTE

I prossimi capitoli de "Il mondo perfetto" saranno scritti da Univers, Luna, LadySackville e Ariendil.
postato da: sandraoale alle ore 20:19 | link | commenti (21)
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domenica, 13 luglio 2008

BREVE VACANZA

breve vacanza

postato da: sandraoale alle ore 15:23 | link | commenti (7)
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lunedì, 07 luglio 2008

IL MONDO PERFETTO 2

Camminò per un tempo che le sembrò infinito. I suoi piedi sollevavano nuvole di polvere su un terreno sfregiato da venti tossici e piogge contaminate, in cielo il sole non era che un pallido disco soffocato da fumi malsani e l’aria era calda, di un calore appiccicoso che ricordava la febbre delle malattie che un tempo flagellavano gli uomini. Susy non sapeva nulla di tutto ciò, non aveva mai visto il sole, non aveva mai sentito il vento sulla pelle, non sapeva cosa fosse la pioggia. Se avesse intrapreso quello stesso cammino molto tempo prima, quando il mondo era ancora sano, avrebbe calpestato erba fresca di rugiada, sarebbe stata accolta dalla brezza estiva e i raggi del sole avrebbero giocato con i riflessi d’oro dei suoi capelli. Allora sì che avrebbe visto il mondo che ricordava suo nonno. Lei ci credeva ancora, incoraggiata da quel miraggio lontano del bosco ad ovest.

Continuò a camminare, ignorando il sapore arido della terra nella gola e i graffi del vento sulle braccia. Accanto a lei, il cagnolino trotterellava scodinzolando, felice di aver trovato una compagna di giochi. Susy gli sorrise. Forse avrebbe dovuto dargli un nome, il nonno le aveva detto che si faceva così, ma al momento non le venne in mente nulla di convincente e rimandò la decisione.

Raggiunsero il bosco assieme al sole e la bambina rimase incantata quando il tramonto bruciò il cielo con colori caldi che la coltre di fumi contribuì ad amplificare. Seguì con gli occhi i nastri di fuoco che ornavano i contorni delle nuvole, pennellate di tutte le tinte di rosso e arancio sostituirono il grigiore del giorno e il cielo di trasformò in un’enorme tela su cui il sole gettava con orgoglio le sue tempere più belle.

Il cane abbaiò all’ombra lunghissima dei primi alberi, invitando Susy ad entrare in quella che era l’ultima porta su un mondo perduto o, forse, la prima su uno nuovo che stava nascendo.

La prima cosa che pensò quando fu circondata dal bosco era che le parole di suo nonno erano vere. Tutte. Ora capiva perché gli brillavano gli occhi quando ne parlava. Le chiome degli alberi facevano da tetto a un regno di silenzio sospeso tra un fruscio improvviso e il richiamo di qualche animale, un regno in cui la parola magia iniziava a prendere connotati reali che esulavano da qualsiasi forma di fantasia o fiaba. La magia si respirava nell’odore di resina, si ascoltava nei suoni della natura, si vedeva nelle tonalità di verde che sfumavano come il rosso nel cielo. Susy era sicura che se avesse poggiato la mano su un tronco, avrebbe potuto persino toccarla. Era la magia che legava gli esseri umani al mondo che era stato creato per loro. Non il mondo perfetto e chiuso delle città sotterranee, non il mondo senza animali e senza natura, senza errori e senza malattie, ma il mondo vero, quello in cui l’uomo doveva riuscire a convivere col resto senza poterlo escludere, quello in cui gli sbagli erano all’ordine del giorno perché all’ordine del giorno si saggiavano i propri limiti, quello in cui c’erano le stelle sopra la testa e la possibilità di rimanere svegli tutta la notte per ammirarne lo splendore.

Doveva tornare indietro.

Doveva tornare indietro per mostrare a tutti che in superficie c’era ancora speranza di vita, lì, in quel bosco, e in tanti altri boschi come quello sparsi per la Terra. Sarebbe stato difficile eludere di nuovo i controlli e, se anche ci fosse riuscita, avrebbe dovuto ammettere di aver infranto la “prima legge” se voleva rivelare ad altri ciò che aveva visto. L’idea di essere annullata scagliò contro la sua determinazione il pesante macigno della paura.

Pensava a come risolvere la situazione quando si rese conto di essere osservata.

postato da: Ariendil alle ore 13:52 | link | commenti (14)
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lunedì, 30 giugno 2008

IL MONDO PERFETTO 1

Il mondo era cambiato cinquant'anni prima. Le società più evolute erano riuscite ad attrezzarsi per sopravvivere, popoli meno fortunati si erano completamente estinti. La Terra era diventata un luogo grigio e malato, dominato dalle esalazioni scaturite dall'esplosione di tremendi ordigni nucleari. Una cappa permanente impediva di vedere il sole di giorno o le stelle di notte. Ma questo non era un problema, dato che gli uomini ora vivevano in grandi città costruite cento metri sotto il suolo. La luce era artificiale, tutto era freddo e meccanico, uno scenario che ricordava i più terrificanti romanzi di fantascienza.
Ma le generazioni che erano nate dopo quello spaventoso evento, non avevano nulla da ricordare o da rimpiangere. Semplicemente, questa era la loro vita, e l'avevano conosciuta fin dal momento della nascita. Solo qualche vecchio rammentava ancora il profumo dei fiori, l'incanto del mare, l'azzurro del cielo oppure la fiabesca magia di un bosco.
Susy amava molto ascoltare le vecchie storie di suo nonno. Molti lo prendevano per pazzo, ma la bambina sapeva che quello che raccontava era vero, che in un lontano passato la vita era stata incomparabilmente più bella, che i bimbi potevano giocare a pallone sui prati o inventarsi strane avventure lungo i crinali di una collina. Era possibile fare il bagno nei ruscelli, osservare i lunghi tramonti estivi, uscire di casa al mattino accolti dal tepore della primavera oppure dal freddo pungente dell'inverno. L'autunno era un grande pittore, l'estate la stagione della vita.
Susy avrebbe tanto voluto vivere in quel periodo. Attraverso le parole del nonno era riuscita a costruirsi un quadro completo: quando lo stava ad ascoltare, o dopo, mentre rifletteva su ciò che aveva appreso, le sembrava proprio di vedere quel mondo tanto diverso, luminoso e pulsante di vita. Aveva imparato che esistevano animali straordinari, cani affettuosi, gatti eleganti, uccellini che portavano l'allegria con il loro canto. Non capiva perché avessero proibito i libri. Non esistevano infatti volumi che parlassero del passato o illustrazioni che lo raffigurassero. Gli unici testi consentiti trattavano del presente, o di un futuro che le appariva triste e monotono. C'erano mille macchine che potevano aiutare a risolvere qualsiasi tipo di problema; c'erano leggi precise e severe che escludevano la delinquenza; la sicurezza economica di tutti era garantita dalle strutture sociali.
Ma Susy non era contenta.
Avrebbe voluto uscire all'aperto per scoprire di persona il mondo superiore. Tuttavia non era permesso. Inoltre, non c'era nulla di bello da vedere, almeno a sentire i discorsi di quei pochi che un tempo avevano vissuto lassù, fuori da quell'ambiente opprimente e claustrofobico, percorso da luci glaciali, dove anche la temperatura era stabilita in base a una precisa regolamentazione.
Solo suo nonno confidava che, in tutti quegli anni, qualcosa potesse essere cambiato. "Alla fine la natura riprenderà il soppravvento.", amava dire. "E forse tu, piccola, avrai la grande fortuna di rivedere le stelle."
Quando lui morì, e venne bruciato secondo le disposizioni vigenti, Susy si chiuse per tre giorni in camera. Ignorò i programmi computerizzati che avrebbero potuto permetterle di vedere cartoni creati a suo piacimento, dove lei stessa avrebbe interagito con il soggettista che altri non era se non un organismo cibernetico capace di assecondare i suoi desideri, sino a realizzare l'epilogo che lei preferiva.
Pianse a lungo, nascosta sotto alle lenzuola, poiché sapeva che in quella società le lacrime erano proibite. Così come le malattie, che erano state debellate. Si moriva solo di vecchiaia. Era un mondo perfetto, decisamente migliore di quel "prima" che tanti danni aveva arrecato all'uomo.
Alla fine, Susy si decise. Un giorno, il nonno le aveva mostrato la via proibita, l'unico modo per evadere dalla città sotterranea e per guadagnare la superficie della Terra, laddove esistevano solo contaminazione e macerie, oltre al ricordo di un mondo sbagliato. I programmi computerizzati che avevano sostituito la scuola ribadivano in continuazione che questo era il mondo perfetto. L'altro non esisteva più, e se fosse rimasto qualcosa, si sarebbe trattato unicamente dell'ultimo ricordo ignominioso.
Nell'ora in cui tutti dormivano, un sonno pesante e privo dell'illusorietà dei sogni, indotto da speciali pillole che era obbligatorio assumere, Susy intraprese quel pericoloso cammino. Se fosse stata scoperta, sarebbe stata annullata. Cancellata dagli annali, in quanto gli errori non erano ammessi e, in tutta evenienza, lei sarebbe stata la prova di un palese errore.
Con il cuore che le batteva forte, affrontò il tragitto che l'avrebbe condotta fuori dal mondo perfetto. Grazie ai suggerimenti del nonno era in grado di passare inosservata, di ingannare i pulsori e tutte le forme di controllo che avrebbero dovuto impedire a chiunque di infrangere la "prima legge".
E alla fine uscì allo scoperto.
Il primo impatto non fu positivo.
Susy si aspettava di vedere foreste verdi, laghi dalle acque fresche e trasparenti, fiori dai mille colori, teneri ciuffi d'erba. Invece la terra appariva bruciata, qua e là si distinguevano profondi crateri; in lontananza, il panorama si stagliava spoglio: un susseguirsi di burroni e di rocce annerite simili a denti aguzzi protesi verso un cielo soffocato dalla foschia stagnante.
Ma poi la bambina si rese conto che qualcosa stava cambiando. Volgendo lo sguardo a occidente scorse un piccolo bosco. Si incamminò in quella direzione e, man mano che procedeva, percepì distintamente una fragranza nuova nell'aria. Il vento soffiava allontanando la coltre di nubi. Susy comprese che quello era un inizio, che la natura non si sarebbe fermata, e che a poco a poco avrebbe sconfitto l'inferno provocato dall'uomo. Ci sarebbe voluto molto tempo, certo: ma lei ne aveva in abbondanza.
Poi vide un cagnolino. Lo riconobbe immediatamente, dalle descrizioni del nonno. Non aveva paura di lei, si lasciò accarezzare, le leccò una mano. Susy rise di gioia.
Dopo aver giocato a lungo con lui, riprese la via che l'avrebbe portata a ovest.
Il cagnolino la seguì.

postato da: sandraoale alle ore 19:39 | link | commenti (34)
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domenica, 29 giugno 2008

IL BURATTINAIO 41

buffy 1Silvia chiamò a raccolta tutte le sue forze, poi calò violentemente il braccio in direzione della nuca della donna.
Questa probabilmente avvertì lo spostamento d'aria e si girò. Il sasso la prese sulla spalla, facendola vacillare.
Silvia represse un'imprecazione e si preparò ad attaccarla di nuovo.
Malgrado il dolore, la donna ebbe la presenza di spirito di scansarsi. Questa volta il colpo andò a vuoto. Silvia aveva sbagliato con il primo tentativo e l'aveva mancata con il secondo, ma adesso avrebbe chiuso la faccenda. L'avrebbe centrata in mezzo alla fronte. Non pensava che l'avrebbe uccisa; la sconosciuta avrebbe perso i sensi e lei sarebbe corsa a chiamare la polizia.
Si bilanciò sulle gambe come un'atleta in procinto di scagliare il giavellotto; si sentiva forte e piena di energia. Non aveva assolutamente paura: da quel colpo dipendeva il futuro di Marco.
Improvvisamente la grassona si gettò in avanti, a testa bassa, prendendola alla bocca dello stomaco.
Silvia rimase senza fiato; la pietra le sfuggì dalla mano. 
La  donna sferrò un poderoso destro e la colpì alla mascella. Un velo nero calò sugli occhi di Silvia. Pensò vagamente di chinarsi per raccogliere il sasso, poi cambiò idea e decise che si sarebbe difesa con i pugni, infine cadde a terra, priva di sensi.
Con un grugnito Luisella la sollevò e se la caricò in spalla.
Bestemmiando, ridiscese il vicolo diretta alla macchina.

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domenica, 22 giugno 2008

IL BURATTINAIO 40

Cristina

La donna finì a terra in lacrime. Ma un istante dopo era nuovamente in piedi, lo insultava e lo minacciava di divorzio. Voyè non aveva un buon carattere: le diede un'altra sberla, poi un'altra ancora. Non sopportava i suoi strilli isterici. Lei corse in cucina e lo affrontò con un coltello. Voyè si lanciò su di lei, tempestandola di pugni. Linda vibrò una coltellata, dal basso verso l'alto, e lo ferì in viso. Cieco di rabbia, lui le strappò il coltello dalle mani e iniziò a percuoterla sempre più forte. Linda gridava e piangeva, ma l'uomo aveva perso il controllo di se stesso.
Matteo uscì dalla sua cameretta, invocando il nome della mamma. Il bambino era terrorizzato, non capiva quello che stava succedendo: vedeva soltanto che il papà riempiva di botte la mamma, e avrebbe voluto che smettesse.
Inferocito ancora di più dalla presenza del figlio, Voyè centrò la fronte di Linda con un brutale diretto destro. La donna cadde a terra, picchiò la testa e si accasciò senza vita. Matteo incominciò a urlare.
Voyè lo prese e lo scaraventò contro il muro.
Il cranio del bambino si spaccò; la materia grigia fuoriuscì.
La casa era invasa dall'orrore. Linda era morta, Matteo era morto: la famiglia di Voyè non esisteva più.
Per acuni minuti l'uomo rimase immobile, stordito da quegli avvenimenti insensati; la sua mente era vuota, i suoi occhi fissavano un punto imprecisato della parete. Voleva evitare di guardare quella scena spaventosa. Da lontano, un campanile battè le ore. Una macchina passò a forte velocità, facendo stridere le gomme. Poi il silenzio.
Voyè si riscosse. Si vestì, infilò il soprabito e scese in strada. Mentre vagabondava per la città, si sforzava di ragionare. Non aveva alcuna intenzione di trascorrere il resto della sua vita in carcere: una stupida puttana e un marmocchio di tre anni non valevano tanto. Doveva trovare una soluzione. Fuggire all'estero? Avrebbe potuto farlo, ma in quasi tutti i Paesi vigeva l'estradizione per un reato come il suo. Occultare tutte le prove? Si trattava di un'idea sensata, tuttavia prima o poi qualcuno si sarebbe insospettito e avrebbe incominciato a chiedersi dove erano finiti Matteo e Linda. Arruolarsi nella legione straniera? Ma esisteva ancora?
Fu allora che vide una figura alta venirgli incontro nella fredda notte autunnale. Si era alzata la nebbia, le immagini risultavano confuse, e in quella foschia la figura sembrava uscita da un incubo.
Voyè aveva paura di quell'apparizione. Per un momento pensò che fosse il diavolo, venuto a prenderlo per condurlo all'inferno; poi si disse che era impossibile: il diavolo non esisteva, così come non c'erano gli angeli, Dio e tutto il resto. Però, quella figura era terrificante.
Voyè chinò il capo e attese.
Poi il Maestro gli parlò.

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